Medical Humanities e Tv PDF Stampa E-mail

Medical Humanities e TV 

Marc Greene è a casa, la moglie gli chiede della sua giornata in ospedale, solo le cose belle però. Marc accenna alla paziente terminale assistita poche ore prima, ma la moglie ha già cambiato discorso e parla di sé. Divorzieranno dopo un paio di puntate.

John Dorian è al suo primo giorno di lavoro in ospedale. Naturalmente qualcuno gli vomita addosso e un'infermiera lo rimprovera.  L'ultimo baluardo di autostima cade quando il suo tutor comincia a chiamarlo con sopranomi, subito adottati dallo staff.  John per fortuna ha un'immaginazione fuori dal comune...

Di là per una incredibile serie di circostanze una bambina è gravemente ammalata ed è senza diagnosi. Ma non è ciò a gettare nel panico Gregory House, quanto l'aver finito le sue medicine. Naturalmente le due cose sono collegate, su un piano sconosciuto a familiari e dottori e la soluzione si presenterà prima del fondo del nuovo tubetto di pillole.

Se nessuno parla di parcella, siamo certi che non stiamo assistendo a qualcosa di reale: è fiction.

I telefilm hanno occupato, a ragione, il vuoto lasciato dai romanzi d'appendice, introducendo nuovi stilemi nell'immaginario collettivo ed hanno ereditato, oggi, la mitopoiesi peculiare del cinema. Le serie televisive godono di una doppia vita: quella "on air", quando trasmesse, e quella, ormai dominante, dell'home video. C'è una differenza tempistica di consumo a netto vantaggio del secondo canale di fruizione. Gli episodi, una volta posseduti in copia, sono visti, o forse è meglio dire autosomministrati, in dosi anche massicce.

L'home video ha negli ultimi vent'anni cambiato supporti (vhs, cd, dvd, streaming) rendendo possibile la diffusione del cinema d'autore e quindi del gusto. I telefilm sono diventati sempre più accurati nell'intreccio, più verosimili nelle situazioni e meno fumettistici (con tutto il rispetto per questo tipo di letteratura). Il numero e la durata degli episodi si è ipertrofizzato, il pubblico ha adottato alcune serie e personaggi, trasformandoli in cult, infine la competizione ha richiesto una narrazione sempre più specchio dello spirito dei tempi. Ne è nato un nuovo genere d'intrattenimento e considerando il sottogenere dei medical drama, ossia genere in cui i protagonisti sono medici o strutture ospedaliere, si può scomodare il termine edutainement (educational entertainment), presente da tempo anche su PubMed in tema di pedagogia medica.

Il medical drama, già nel 1964 aveva attirato l'attenzione del profondo studioso della comunicazione Marshall McLuhan (la comunicazione è il medium, il medium è la comunicazione). La citazione è d'obbligo: "Uno degli esempi più vividi delle qualità tattili dell'immagine televisiva si ha nell'esperienza medica."  Durante una lezione di chirurgia a circuito chiuso, gli studenti provarono uno strano effetto: non avevano avuto la sensazione di assistere a un'operazione ma di eseguirla, come se avessero avuto in mano il bisturi.  L'immagine televisiva, suscitando un appassionato desiderio di coinvolgimento profondo in ogni aspetto dell'esperienza, crea l'ossessione per il benessere fisico. L'improvvisa apparizione alla TV dei drammi sui medici e sugli ospedali, che reggono la concorrenza dei western, è perfettamente naturale." (Understanding Media: The Extensions of Man).

I medical drama d'inizio secolo, il XXI, per l'esattezza, nati, come ogni buona tendenza, negli ultimi anni del secolo scorso, ossia quelli prodotti negli ultimi quindici anni, seguono questa direzione, mostrando, però, operazioni sulle emozioni e sulla psiche. Hanno cinematograficamente masticato, digerito ed espulso la figura del medico contemporaneo, rendendolo de facto, mediaticamente superato. Sul medico del futuro se ne parlerà in altra occasione.

Un segno dei tempi, non solo catodici o cinematografici, ma sociali: l'arte, lo show, lo spettacolo ha saputo raccontare, virtuosamente, la poco virtuale via aesculapia, necessaria agli studenti di medicina e ai professionisti delle relazioni d'aiuto, per giungere nel mondo della sofferenza.

I medici, statistiche alla mano, di Usa, Europa e Canada, soffrono, o meglio "patiscono", "subiscono", la salute (attesa, persa, pretesa, difesa e alterata).

Gli studi sulla qualità di vita eseguiti su studenti di medicina, medici in formazione e professionisti avviati, descrivono una realtà, in numeri, molto vicina più alle usanze di Sparta che di Coo: il 50% degli studenti di medicina vive il burnout per almeno un anno di durata, soprattutto nei primi anni di studio. Il 12% di questi ha idee suicidarie. Il burnout diminuisce con l'età e la carriera, ma aumentano i dati sulla depressione.

Chiunque abbia masterizzato un cd o un dvd ha ben chiaro il termine burnout: il disco è ormai inutile, non è leggibile, da buttare o destinare all'arte del riciclo artistico per chi ha velleità artistiche. Non servire più allo scopo. Dopo anni di sacrifici e di servizio. 

Negli anni '70, Freudenberger richiamò l'attenzione su una delle possibili manifestazioni dello stress lavorativo, introducendo il termine di "Burnout". Questo termine indica una condizione di disagio rilevata tra lavoratori impegnati nelle cosiddette professioni di aiuto, specialmente nell'area socio-sanitaria. Il termine proveniva dal giornalismo sportivo degli anni trenata e serviva ad indicare un atleta in forma ma incapace di ripetere performance eccellenti. Ossia mens fiacca in corpore sana. Nei primi anni Ottanta a occuparsi in modo scientifico fu la Maslach, che mise appunto un questionario ancor oggi usato.

Volendo inquadrare la situazione in termini bio-psico-sociali, la retribuzione economica influisce, l'organizzazione del lavoro conta, o almeno si sperava avessero il peso maggiore nel fenomeno. Invece, leggendo longitudinalmente gli studi dal 1995 al 2009, il vero depauperamento patogeno è quello invisibile delle emotività e delle prospettive di vita. La banca della psiche si trova a contrarre, necessariamente, debiti con i pazienti cui non può far fronte, se non indebitandosi, dopo aver attinto alle proprie singole risorse. Potrebbe sembrare insolita l'analogia finanziaria ma è qui il punto: l'economia del Sé intersecata con l'ecologia della Salute. E nei medical drama gli psichiatri non recitano mai più di cinque battute di seguito (gli psicologi non compaiono, sono figure da fiction criminologiche, non sul mondo della salute).

L'insorgenza della sindrome negli operatori sanitari segue generalmente quattro fasi:

  1. entusiasmo idealistico,
  2. stagnazione,
  3. frustrazione (burnout),
  4. apatia e morte professionale.

Durante la terza fase, frustrazione, il pensiero dominante dell'operatore è di non essere più in grado di aiutare nessuno, con profonda sensazione d'inutilità e di non rispondenza del servizio ai reali bisogni dell'utenza. Il vissuto dell'operatore è un vissuto di perdita, di svuotamento, di crisi di emozioni creative e di valori considerati fondamentali fino a quel momento. Come fattori di frustrazione aggiuntivi, intervengono lo scarso apprezzamento sia da parte dei superiori, sia da parte degli utenti, nonché la convinzione di un'inadeguata formazione per il tipo di lavoro svolto.

Il soggetto frustrato può assumere atteggiamenti aggressivi (verso se stesso o verso gli altri) e spesso mette in atto comportamenti di fuga (allontanamenti ingiustificati dal reparto, pause prolungate, frequenti assenze per malattia).

Le serie che più incarnano la medicina di oggi, mettendone in risalto luci e, per fortuna, ombre, torniamo al burnout, sono tre: ER, Scrubs e Dr. House. Lo diciamo subito: il preferito è Scrubs, per cui ne parleremo meno.

ER: una ragione per tutte, non esiste un via migliore, solo prospettive. E' una metafora del patto sociale e delle sue varianti. Per questo, ad esempio, la direzione di un reparto d'emergenza è proposta come una leadership problematica, esportabile in altri contesti. Non c'è morale in ER, ma un arcipelago di posizioni etiche tutte comprensibili, ossia immedesimabili. Le ragioni degli altri e, a pensarci bene, perché non dovrebbe essere così? Per questo non c'è spazio per tutto ciò che non è previsto da un manuale di medicina interna o chirurgia. La follia, la stravaganza, il bizzarro o il comico, seppur non voluto: lo psichiatra della prima serie si scompensa a sua volta. I medici e il personale possono suicidarsi, il problema si pone per solo due volte, ma la parola "depressione" è bandita. Mai, anche sentire espressioni del tipo, "sono giù". Ai parenti invece è permesso. Notevole, quasi paradigmatica, la descrizione della difficile relazione fra un'infermiera e la madre affetta da disturbo bipolare, che rifiuta le cure. Una pentola scoperchiata che fa riflettere sul burnout di una delle professioni sanitarie più difficili: il parente.

La prossemica è rarefatta, codificata nei protocolli, percorsi esistenzialmente in via unidirezionale, tanto poi sono i malati a inoculare la diversità, l'imprevisto nella routine del defibrillatore.

Nei medical drama lo svuotamento delle risorse emotive è una situazione abbastanza comune, anzi c'è un vero e proprio turnover, a turno uno dei protagonisti o dei comprimari si sente vuoto. Generalmente in Scrubs viene risolta nel giro di una puntata, mentre in ER il tema dell'anedonia da vita a vere e proprie sottotrame, in cui si approfondiscono le psicologie dei personaggi giustificando la cosa con disturbi caratteriali (sociopatia latente) o con dipendenze (alcool, sesso) mai direttamente imputabili alla professione. Un perenne 11 settembre, in cui nessuno ha il vizio del fumo (noto invece che nella realtà i medici sono fra i più accaniti fumatori). Le regressioni sono invece onnipresenti in Scrubs, alleggerite da un tono grottesco e ritmo comico. Di fatto delle microcrisi cui il sistema colleghi/amici riesce, fortunatamente, sempre a far fronte.

Dr. House nasce in questo stato: passivo. Ha bisogno di uno staff ipomaniacale per carburare. Leader indiscusso e inarrivabile, quindi senza canali comunicativi che non passino per l'esercizio della propria unicità, reale o presunta: niente di nuovo, problemi di normale leadership.

House è cinico - come tanti medici -. Ha l'empatia al minimo - idem -, è sociopatico - idem -. Beve - come molti dottori -, prende delle sostanze per tenersi su - !?! -. Non fuma, non è Jan Gabin, in fondo. E' bravo, come un fumetto. Piace, in alcuni reparti ospedalieri ci si organizza per vederlo con i colleghi del turno notturno. Perché? Non ha sensi di colpa ed è diretto nel centrare il senso di colpa dei suoi collaboratori. Non è mandato in Alaska perché capace di non uccidere mai nessuno.

Qualcuno ha definito la serie "uno show che parla di zebre"!

House è se stesso quando non s'interessa dell'empatia e i suoi sottoposti, guarda caso, sbagliano quando comunicano troppo con i pazienti. Tutti mentono, potrebbe essere, infatti, il sottotitolo dell'intera serie. Naturalmente occorre un grande lutto per restituire, catarticamente, l'umanità all'erudito e, a modo suo ascetico, claudicante.

Se House è il male, perché continuano a stargli accanto? E' una domanda retorica per tutti quelli che vivono del proprio lavoro, tuttavia, ipotizzando un mondo in cui ogni medico possa scegliere il proprio lavoro, potremmo affermare che il discriminante sia la solitudine. Solitudine da alta specializzazione, da competizione, da ottundimento dell'emotività. Se passi una vita a far bene e meglio, nonostante tutto, puoi ritrovarti isolato con quel Venerdì di malato che, seppur bravo a parlare la tua lingua, non avrà la tua storia, la tua prospettiva. Umanizzare la medicina è un'espressione tautologica: la medicina origina dagli uomini. In termini evolutivi la comunità è lo sviluppo vincente per la sopravivenza del genere umano. E' umano anche sentirsi soli. A confronto con qualcosa di più grande (la sofferenza) ci si spaventa o ci si meraviglia. Meglio la seconda, anche se stillata in dvd.

Luigi Starace - Media Consultant della Cattedra di Psichiatria dell'Università di Foggia e della Società Italiana di Psichiatria Sociale (Sips). Direttore Responsabile IJPC. Direttore Responsabile Stigmamente Italian Jorunal of Medical Humanities. Su gentile concessione dell'autore, IJPC 2009; 1, 2.

 

 

 

 

 

 

 

Sezioni Mediche

Affiliazioni

Banner
Banner